Cinema: Jennifer’s Body con Megan Fox

Pubblicato: 18 novembre 2009 da Letizia in Cinema
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Vietato ai minori in America

Data di uscita 10/12/09
6unblog Jennifer's Body Megan Fox horror Cinema

Una cheerleader posseduta dal demonio inizia a cibarsi dei ragazzi di una cittadina agricola del Minnesota. La sua migliore amica dovrà ucciderla e fuggire dal riformatorio per rintracciare la rockband satanista responsabile della trasformazione demoniaca.

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Si potrebbe liquidare facilmente questo film, come in molti avevano fatto con Twilight, come un classico prodotto diretto esclusivamente a spettatori con meno di quattordici anni (in quel caso amanti del romantico, in questo delle high school comedy), scrollare le spalle e passare ad altro, ricordandosi prima però di attestare la propria mascolinità facendo qualche generico apprezzamento su una delle due protagoniste.
Ma a mio avviso è invece importante parlare di prodotti di questo genere, perché sono il segno di come il corpo e il ruolo della donna vengano costantemente bombardati da una serie di azioni, pensieri, discorsi, visioni che ci stanno davvero portando indietro a un Medioevo culturale quale non si era mai visto in precedenza.
Che un’opera del genere sia stata concepita da una donna e filmata da un altra donna è l’aspetto peggiore di tutta la vicenda, segno che ancora moltissimo c’è da lavorare sia per arrivare a qualche forma matura di dialogo sul genere e sui ruoli in sia sulle funzioni dell’horror in particolare.
Quando delle donne accettano, metabolizzano e rivendicano come propria una concezione così avvilente di se stesse, approfittandone per riderci sopra e innestare giochini linguistico-cinematografici molto cool, bé, ci si trova di fronte a un comma 22 dal quale sarà davvero difficile uscire senza un lavoro di rifondazione profondo ed esaustivo che costerà sangue e sudore a entrambi i sessi.

Diablo Cody aveva già evidenziato tremendi limiti di sceneggiatura e scrittura dei dialoghi nel suo precedente Juno e Karyn Kusama in Aeon Flux aveva messo in mostra uno stile fatuo, inconsistente, plasticoso e pastelloso, incapace di veicolare idee o estetiche degne di considerazione: è quindi pura matematica che l’unione di queste due autrici desse (non) vita a un progettino privo di qualsiasi attrattiva, ma, sebbene con aspettative molto basse, sono uscito comunque terribilmente deluso da questo filmetto di serie Z.

Le scene d’azione (?) vengono gestite con mano grezza e montaggio di piombo (forse l’aspetto tecnico più povero dell’intero film) mentre sovente si indulge in caramellosi flashback che nulla aggiungono alla comprensione della vicenda e sembrano solo egotistiche indulgenze (la scena con l’albero morto è esemplare a tal proposito) in una scrittura/regia già bulimica a tal riguardo.
In una ideale galleria di cinegoffaggini le sequenze dell’incendio o dei vari assalti di Jennifer alle sue prede si inseriscono di prepotenza ai primi posti.

Tutto nella sceneggiatura e nei dialoghi di Cody urla di un compiaciuto giochino di riferimenti web 2.0 e i dialoghi sono costellati da una serie di frasi e termini in slang che, lungi dal caratterizzare alcunché, lasceranno freddo e leggermente irritato chi è in cerca di qualche sostanza, di frasi e caratteri credibili e tridimensionali.
Ovviamente certo popolo della Rete, con i piedi ben piantati fra fiction, hipsterismo e tumblerate varie andrà in solluchero per alcune linee di dialogo, pronti a re-bloggarle all’infinito, con tanto di like it accanto.

Se sceneggiatura e regia sono da high school comedy televisiva di serie C, la recitazione dei vari attori si appiattisce istantaneamente sui modelli di riferimento e diventa impossibile scorgere qualche nome che emerga anche solo a tratti da un insulso mare di goffaggini e scarsa professionalità, Amanda Seyfried in primis, intrappolata in una monoespressione lungo tutta la vicenda.
Affogati nel consueto brodo Peanuts che ormai caratterizza gran parte dell’horror made in USA, anche i pochi attori adulti si adeguano al trend e cercano di trascinarsi alla meno peggio fino al finale, incassare l’assegno e scappare verso qualche altro incarico.

Fotografia piatta con una palette di colori a tratti urlata, effetti speciali tirati via da una KNB EFX mai così sottotono e colonna sonora emo d’accatto completano il quadro tecnico di uno dei peggiori horror della stagione.

Il passaggio da web a cinema di Diablo Cody ricorda quello da web a carta di parecchie altre blogstar, anche nostrane: zero riguardo per la costruzione di atmosfera e personaggi, assurdo compiacimento verso battute stereotipate, falsociniche e very trendy che possono forse funzionare all’interno dei commenti di qualche post ma falliscono rovinosamente al di fuori del contesto originario, e generale incapacità a raccontare alcun tipo di storia, risolvendo la propria narrazione in una serie di vignette cool (?) totalmente slegate fra loro.

I rapporti fra le persone, le continue battute argutoslang e gli stereotipi caratteriali messi in piazza nel film fanno pensare più a una pellicola che ambisca a essere continuamente citata nei vari blog ggiovani di cinema e nelle firme dei forumisti che a qualche tipo di opera che pretenda di avere un suo percorso nelle sale cinematografiche.
Si innesta peraltro, anche grazie alla suddetta povertà di sviluppo dei personaggi e delle relazioni fra loro, una serie di gravi cortocircuiti di senso nel supposto “femminismo” del film, tanto propagandato dalla stessa autrice.
Diventa davvero difficile scorgere qualche forma di pensiero femminista nella vicenda di una stronzetta che ha un orrendo rapporto di amicizia (?) con un’altra ragazza e che, in seguito allo stupro (qui ovviamente rappresentato come sacrificio) diventa ancora più stronza, solo con superpoteri, continua ad aver bisogno di maschi, solo in altra maniera, viene ancora valutata esclusivamente in base all’aspetto fisico (anzi, esso diventa ancora più importante e pregnante) e finisce con il rovinare totalmente il rapporto con Anita sulla base nientemeno che della contesa per un maschietto.
Difficile intravedere qualche tipo di pensiero e riflessione in tutto ciò, ma sarò rimasto terribilmente indietro io.
Nato per piacere ai suoi personaggi e ai suoi creatori, Jennifer’s Body è opera così autoreferenziale che da un lato ci si sente spesso esclusi dai vari giochi e schemi e dall’altro canto si rimane leggermente perplessi da cosa le stesse autrici pensano di sé e del loro eventuale pubblico di riferimento.
Nella continua pretesa di essere così trasgressivi, cinici e consapevoli si finisce per ricadere nella restaurazione più bieca. E non importa quanto possano sembrare divertenti sullo schermo del computer: gran parte delle battute quando vengono pronunciate sembrano uscire da un Alvaro Vitali hipster 2.0.
Stendiamo un velo sul momento più basso di un film che giace perennemente sotto l’asse delle ascisse, ovvero la scena lesbo, completamente gratuita e così legnosa che diventa davvero ingiusto paragonarla a momenti similari del cinema passato, basterebbe anche solo Sex Crimes per liquidare il caso, senza bisogno di scomodare qualche scena lesbica di altissimo livello.
Di nuovo, che due donne sceneggino e girino una scena così priva di qualsiasi elemento erotico e così densa del peggiore sguardo maschile-porno lascia profondamente perplessi.
E, più che perplessi, lascia allarmati che un qualunque soggetto, maschile o femminile, con più di 14-15 anni e un minimo di letture e visioni possa trovare erotizzante anche solo una singola scena di questo film.
Jennifer’s Body pare la recita scolastica di fine anno di un liceo di piccola città.
Anzi, pare i commenti su facebook a proposito della recita scolastica di fine anno.
Peggio, le tweeterate scritte dal telefonino mentre si assiste alla suddetta recita.
State lontani da questo ammasso di immondizia.

Fonte

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